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[Kalashnikov live-report]
11-12 Ottobre: Freiburg – Offenburg, Germania!
[Puj] La prima esperienza dei Kalashnikov all’estero risale ad otto anni fa, in Germania. Quella volta, suonammo al KTS di Friburgo: facemmo pietà, ci ubriacammo come disperati e suonammo dimmerda. Tornammo a casa comunque radiosi per quella meravigliosa esperienza.
Suonare oggi al KTS non ha più lo stesso sapore di novità di un tempo, ma siamo almeno (abbastanza) sicuri di suonare un po’ meglio di quella volta di otto anni fa…
[Valeria] La mia prima trasferta oltre confine col collettivo, inizia in una meravigliosa giornata di Ottobre, mese melanconico di tepori domestici e riflessioni intimiste. Tempo in cui ci si smarrisce nella contemplazione della natura che lentamente si addormenta, per prepararsi al rigido inverno. E così è… fuori dal finestrino del mezzo motorizzato, con l’indomito Claudio al timone, si srotola la grigia Lombardia per trasformarsi nella verdeggiante e bucolica Svizzera. Montagne, ruscelletti, piccole case contadine e quel timore, quella vertigine, d’immaginarsi una vita fatta di semplici cose a stretto contatto con la nostra Madre Terra. Poco importa se siamo imbottigliati nel traffico. Evidentemente il destino ha voluto farci bloccare per ore e ore fuori dal tunnel del Gottardo, per obbligarci a riflettere su noi stessi e sulla piega che sta prendendo la nostra vita, tra psicosi urbane e paranoie sociali. Noi siamo dalla parte di Thoreau!
L’arrivo al Kts di Freiburg, con giusto qualche ora di ritardo – ma che cos’è il tempo, se non una convenzione ed una gabbia mentale? – ci costringe, per un momento, a sospendere le nostre meditazioni tardo-primitiviste, a sconnetterci dalla comunicazione empatica tra la natura e noi, per collegare la strumentazione e prepararci a suonare.
[Puj] Mentre Valeria cerca di spiegare ad un tedesco che il tempo è una convenzione e una gabbia mentale, noi andiamo a mangiare. Menù superiore a base di pasta scotta al ragù vegetale con turbo-cipolla e insalata condita acqua e sale. Vediamo che i locali dispongono l’insalata sopra la pastasciutta, in un unico, enigmatico piatto. Ah, che amore i tedeschi!
Prima di noi suona un’incantevole band dal nome un po’ ingrato di Elende bande (Banda di Miserabili). Formazione a tre (chitarra acustica, basso, batteria) e una manciata di ottime canzoni kraut-folk, nelle quali si ripetono spesso le uniche due parole tedesche che conosco oltre a zitronen e spirituosen, ovvero: freiheit (libertà) e zurück (indietro). Qui potete trovare scaricabile il loro demo: una generosa manciata di pezzi registrati malino, che però suonano esattamente come vecchie canzoni di protesta hippie degli anni ’70! Bello, molto bello… bellissimo! 
 
Elende Bande

Mentre una parte del collettivo festeggia la buona riuscita del concerto ballando e brindando con del fresco (e analcolico) Club Mate (bevanda eccitante diffusissima in Germania, molto di più della coca-cola), l’altra metà assedia il bancone del bar, ordinando cose a caso. Il nonno è in prima linea, con il piglio del condottiero pervaso dal furore berserker: guida la flotta di kamikaze verso una rotta alcolica verde fosforescente, slalom gigante tra bicchierini di liquore da discount locale tipo BrancaMenta, ma molto più ghiaccioloso e appiccicoso. Ecco una breve testimonianza allucinatoria di quello che è accaduto dopo, dalla voce di uno dei protagonisti:
[Valeria] Una misteriosa linfa dal verde colore della clorofilla ha riscaldato le nostre viscere e ci ha fatto suggellare patti di eterna fratellanza, con uomini scalzi e donne coi rasta e i brillantini sul volto. Abbiamo danzato ieratici sulle note di un’arcana melodia su di una base che fa più o meno unz-unz-unz, si udiva il timbro corale ed ipnotico: “Raven gegen Deutschland. Wir haben euch was mitgebracht: Bass, Bass, Bass!

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Mi sorprendo della maestria nell’arte della danza e delle piroette, dei miei nuovi compagni di ventura. Attorno a noi elfi, guerrieri e fate si uniscono alla danza che ci conduce alle ultime ore della notte…
[Puj] Quando elfi, guerrieri, fate etc… etc…si recano al cesso per sboccare, lasciamo il KTS e intraprendiamo una geniale passeggiata di alcuni chilometri nella notte gelida, che, speriamo, ci consenta di espiare le nostre colpe. Friburgo è deserta e silenziosa: sembra una città evacuata. Sulla strada ci accaniamo giustamente contro alcuni manifesti elettorali cartonati, che decidiamo di tirarci dietro l’un l’altro, in un momento transeunte di euforia. C’è chi interiorizza e s’immedesima nella condizione degli animali della Terra, camminando a quattro zampe per entrare in empatia con la natura del quadrupede. C’è chi si erge a faro e bussola dei nostri destini, urlando «Ubriachi! Seguitemi!». Comunque sia… l’alba è vicina ed è ora di riposare le nostre membra…

Il giorno dopo è tutto soltanto un brutto ricordo. O bello? Boh! Il Baden-Wuttenberg, la regione in cui si trovano Friburgo e Offenburg, ha l’aspetto di una fiaba crucca per bambini cresciuti: ovunque ci si giri, case di marzapane e boccali di birra tiepidi e schiumosi. Friburgo ci è familiare, ogni volta che ci torniamo, andiamo negli stessi posti: colazione a base di bretzel al café di Karthauser Strasse, un piatto di penne all’arrabbiata alla pizzeria Taormina (italo-fake) e un salto al market indiano lì di fianco, dove questa volta acquistiamo un focaccione gommato dal diametro di un metro… ci trattiamo bene, insomma. 

Kala-zonzo per Friburgo

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Pianifichiamo poi un’incursione alla Lidl più grande del mondo: forti della consulenza di Valeria, regina del discount, acquistiamo il necessario per confezionare un aperitivo importante: bottiglia da un litro e mezzo di Soda Lemon Freeway, vodka tarocca Putinoff (ottimo veleno imbottigliato in Germania), salatini extra-strong (adatti a papille gustative pigre) e cartoncini alla paprika che dovrebbero essere patatine. Tutto alla modica cifra di sei euro e ottanta centesimi. La sera si suona al Juz Kessel di Offenburg. Soggiorniamo in un paese lì vicino chiamato Friesenheim, in una pensione gestita da un ex paracadutista kazako. 

Qui consumiamo il nostro aperitivo by Lidl, dentro tazze per il thé. Otteniamo un risultato deludente: salivazione densa, palato gonfio e nausea. Protagoniste a sorpresa alcune arachidi glassate contemporaneamente dolcissime e salatissime, che serberemo sempre nei nostri aliti… 
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[Valeria] Il Juzz Kessel si presenta come un tunnel stretto e lungo, dove ci si perde immediatamente. La zona concerti si trova inabissata nel sottosuolo. Non ci sono finestre e la volta di mattoni rossi fa pensare ad una sorta di bunker in tempi di guerra. Il giga-graffito alla destra del palco, che rappresenta uno zombie con una birra in mano e recita “Il Juzz Kessel, trasforma ragazzi in alcolisti dal 1979“, mi mette di buon umore. Stato di grazia consolidato dal panino col seitan più buono che abbia mai mangiato in vita mia e dal trionfo del team Valeria-Nonno, al calcio balilla. Con la pancia piena e il cuor contento, ci siamo seduti nell’area destinate alle proiezioni per vedere un documentario sulla Grecia, presentato da una donna meravigliosa che è stata così gentile da gestire il dibattito pre e post proiezione in inglese per i non-tedeschi presenti (ovvero noi).
[Sarta] Il documentario racconta della condizione dei migranti in Grecia, ora che spopolano quelle merde di Alba Dorata. Girato sul campo da una giovane tedesca, che ce ne racconta i retroscena, il video è bellissimo, perché crudo, sincero e realizzato con grande coinvolgimento, politico ed emotivo… si intitola “Into the fire” ed è opera dalle ragazze e dai ragazzi di reelnews.co.uk, un collettivo inglese che ha documentato sul campo diversi movimenti di protesta e realtà di sfruttamento in tutto il mondo. Scopriamo grazie a loro alcune aspetti che già conoscevamo della quotidianità greca, essendo stati a suonare recentemente ad Atene e a Larissa, ma che non pensavamo essere strutturati così su larga scala: il sistema di ronde contro gli stranieri organizzato da Alba Dorata con la connivenza della polizia, l’ostruzionismo volontario di tutte le istituzioni verso i migranti nel riconoscergli i più elementari diritti e tuttavia la tenace resistenze di ragazze e ragazzi giovani che si oppongono a questo dilagare di violenza fascista. L’austerità, mascherata da antidoto della crisi, ci sembra corrispondere di più ad una precisa volontà: accrescere gli squilibri tra i paesi europei, per mantenere una forza lavoro sempre più debole e disperata. Guardandomi intorno, in effetti, non posso che constatare come il welfare in Germania, anche tra i punk, sia decisamente invidiabile rispetto ad altri paesi!

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Un po’ scosso, alla fine della proiezione, dopo aver scambiato quattro chiacchiere vengo sorpreso dalla sagoma di un pingue tedesco brizzolato, che mi sorride: è il nostro amico Frank, che si è fatto 140 km per venire a vederci! Pazzo tedesco! 
[Puj] Purtroppo siamo l’unico gruppo in cartellone in quanto una band di ragazze truccate da panda ha dato forfait. Peccato, ma no problema: siamo qui per suonare e suoneremo quanto desidererà il famelico pubblio tedesco. Incredibile, ad un certo punto, irrompe un espediente scenografico D.I.Y.: una cascata di coriandoli di carta di giornale! Fantastico pensare che qualcuno abbia passato il pomeriggio a tagliuzzare vecchie copie del Bild per farcele nevicare sulla testa a metà concerto!

Businnes punks.

Il giorno dopo, belli freschi come bretzel lasciati una notte intera immersi in una pozzanghera, ci lanciamo come pazzi lungo i 500 chilometri che ci separano da Milano, concedendoci – da signori e signore quali noi siamo – una pausa al kebabbaro più perdente del più perdente paese tedesco (del quale non ricordiamo il nome) per un pranzo di lavoro che il nostro sistema digerente non dimenticherà tanto presto. La provincia, ovunque uno si trovi, ha sempre un fascino: come quei bar degli anni ’90 arredati con colori pastello tipo rosa o tortora, e gli specchi ovunque, proprio come quello in cui ci siamo fermati dopo pranzo, nella piazza principale del paese. Nel quale, a sorpresa, quasi come monito, ci sorprende spietato un giro vorticoso di… vodke Putinoff! La Germania è un paradiso come sembra? La risposta è: sì. 

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