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[we talk about…vivisezione!]

Esperimenti su animali al dipartimento di farmacologia di Milano (a cura del coordinamento di Fermare Green Hill)
[Pep] Conosciamo la solita arroganza di chi crede che l’aver imparato terminologie incomprensibili ai più, aver superato esami, conseguito lauree e specializzazioni, possa rimetterci al nostro posto, zitti e spaventati. Gli esperti, le persone che lavorano nel settore della ricerca, sono abituati alla soggezione che i loro titoli e la dicitura di “salvatori dell’umanità” incutono nella maggior parte della società”. Così si esprimono i militanti di “Fermare Green Hill” rispetto ai fondamentali promotori e attori della vivisezione e dello specismo nelle sue varie forme, evocando una categoria, quella dell’esperto, investita di valenze salvifiche di matrice cristologica, che costituisce uno dei fondamenti mitici della nostra società. Il significativo documento che il K.C.H. propone ai suoi lettori deriva dall’azione compiuta il 20 aprile 2013, in cui tre attiviste e due attivisti del movimento hanno occupato un piano della facoltà di farmacia dell’Università degli Studi di Milano, sottraendo dopo una lunga trattativa, un numero quanto più possibile elevato di topi e conigli utilizzati per le sperimentazioni, ed è particolarmente utile come specchio demistificatorio epistemologico ed etico della figura dell’esperto: in gioco è il radicale divorzio della società contemporanea dall’immagine perniciosa e devastante del “salvatore”, una figura totalitaria che inevitabilmente chiederà alla società di concederle una crescente mano libera. Particolarmente significativo da parte dei militanti il recupero delle cartellette sulle quali i ricercatori registravano i bilanci del loro lavoro di sperimentazione: simili alle diagnosi psichiatriche e alle cartelle cliniche dei manicomi e, più in generale ai registri delle istituzioni totali, rivelano, proprio in quei luoghi in cui il potere dell’esperto, per definizione buono ed avveduto (esercitato dunque su soggetti, per definizione, malvagi e inavveduti), dispiega il suo massimo grado di intensità, un’imbarazzante e drammatica sciatteria tra incongruenze, omissioni ed errori, accompagnati da battute sarcastiche, tanto più grave in quanto ogni istituzione totale tratta dei soggetti e non degli oggetti (il risultato, quindi, non è dissimile da quello ottenuto da un militante antispecista infiltratosi nell’Imperial College of London, tra i più importanti centri di ricerca anglosassoni che vi ha registrato immagini e dialoghi sconcertanti tali da far aprire una storica inchiesta). 
Va citata al riguardo la segnalazione nelle cartellette della reiterata sparizione degli animali stessi, non si sa se per continui errori di conteggio o frequente sottrazione degli stessi da parte di ignoti (i documenti fra l’altro omettono di specificare se sia avvenuto il ritrovamento e di segnalare se le costanti sparizioni abbiano avuto qualche effetto sull’andamento delle ricerche stesse): viene alla mente, eludendo un apparente iato di specie, l’analoga situazione del Giovanni ХXIII, il gigantesco e degradato manicomio lucrosamente gestito a Serra D’ Aiello dalla Chiesa Cattolica, che, dopo le inchieste sulle pantagrueliche ruberie dei sacerdoti che ne erano gestori, fu fatto chiudere dalle forze dell’ordine nel 2009 in seguito alla scoperta della sparizione inesplicabile e mai risolta di quindici dei disgraziati degenti, evidenziando come ogni realtà istituzionale, al di là delle rassicuranti pretese custodialistiche, che ne fondano la dimensione coercitiva, si riveli una pericolosa terra di nessuno.  
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Il “sapere” dell’esperto, che nella sua costante apologia è posto in essere quale pericoloso e illudente fantasma sociale, ha in realtà la condizione della propria forza nella propria carenza di scientificità. Così scrive infatti il teorico anti-istituzionale Mario Colucci nel suo saggio “Scienza del pericolo clinica del deficit. Sulla medicalizzazione in psichiatria” (2008), riguardo il tentativo della psichiatria di porsi come scienza medica, tra sette e ottocento: “E’ dunque pieno di contraddizioni il percorso di medicalizzazione della psichiatria: all’inizio questa chiede di isolarsi per essere disciplina speciale con luoghi speciali di esercizio, successivamente avverte la sua mancanza di credibilità scientifica e pretende parità. Ma non ce la fa a diventare una branca medica come le altre, resta sempre il vizio di un’incancellabile differenza. Perché allora non fare di questa differenza un punto di forza, un motivo di eccezione piuttosto che un difetto? Lo psichiatra interviene come esperto in ambito penale e attraverso la sua perizia permette il gioco della doppia qualificazione medica e giudiziaria delle condotte anormali. Interviene anche come igienista nella città per dare i suoi consigli ai governanti in tema di salute pubblica quale esperto della sicurezza e tecnico della profilassi da qualsiasi rischio del corpo sociale. Estende il suo dominio al di fuori delle mura del manicomio e al di là della malattia per far valere il suo sapere nel controllo generalizzato e nel buon funzionamento della popolazione. Al culmine del suo potere sogna persino di sostituirsi alla giustizia per diventare l’istanza generale di difesa dalla società. La medicalizzazione iniziata a Bicêtre si conclude con la fantasia di realizzare una scienza della prevenzione dal pericolo, da tutti i pericoli”. In tal senso l’amplificazione fantasmatica della competenza dell’esperto (la quale parallelamente acquisisce il preteso status di veridicità non confutabile) laddove essa si manifesti secondo modalità radicali va letta, infine, alla rovescia: come la garanzia dell’inconsistenza scientifica di un determinato sapere il quale, dunque, in effetti si concreta in una strategia di nominazione magica degli individui e dei loro comportamenti secondo le convenienze dell’esperto stesso e il suo rapporto di con le richieste sociali (così infatti scrive, nel suo “Dizionario antipsichiatrico”, Giuseppe Bucalo: “Definire la persone che non comprendiamo o le idee che non condividiamo malate, non le rende tali. Ciò che abbiamo davanti non è un fatto, ma una giustificazione per poter invalidare, negare e distruggere punti di vista alternativi ai nostri. L’unica prova che abbiamo circa la realtà di una tale malattia è il fatto che gli psichiatri affermano la sua esistenza. Dobbiamo credere loro sulla parola”).
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La dimensione dell’inconsistenza scientifica di un sapere si lega quindi alla sua utilizzabilità in quanto produttore dei gradi più radicali del pregiudizio sociale, quelli dei quali si dia il più basso margine possibile di discutibilità e il cui esito ultimo e conclusivo è la prospettiva concentrazionaria dell’ istituzionalizzazione: sono i pregiudizi psichiatrici e quelli specisti, costituenti il perimetro sociale estremo di quella che la teorica lesbo-femminista Monique Wittig ha denominato Straight Society, e danti luogo a quelle dinamiche disetiche sottese e socialmente fondanti che Franca Ongaro e Franco Basaglia hanno definito crimini di pace, termine recentemente ribadito con particolare riferimento alla questione dello specismo dagli studiosi Filippo Trasatti e Massimo Filippi. Assai significativa è la vicenda del recupero alla vita in libertà di uno dei conigli fatti oggetto delle sperimentazioni, Alfio Fragilo: quest’ultimo è stato adottato dalla militante anti-specista che ne ha attuato il recupero attraverso la vicinanza erotica e affettiva, facendosi protagonista di uno straordinario inveramento delle nuove modalità del materno. 
La pensatrice ecofemminista Eleonora Fiorani evidenzia infatti come il “maternaggio”, cioè la pratica diffusa in molte etnie del mondo di affiliare un animale al proprio clan tramite il suo accudimento materno da parte di una donna di esso, rimandi dunque ad una s-definizione amplificante della maternità che la sottrae all’esclusivismo specista cui la riconduce l’ottica patriarcale. Così scrive Fiorani nel suo saggio “Il maternaggio”: “…Il maternaggio apre a un’ulteriore serie di problemi che interessano sia la figura dell’animale, sia della donna e investono la parte più profonda della società”, ed aggiunge evidenziando come l’autopercezione dell’appartenenza di specie abbia in realtà una base relazionale, “J. Milliet ha avanzato l’ipotesi di utilizzazione in sede etnologica del concetto di imprinting usato dagli etologi. Ora la possibilità di riconoscimento di una specie non è innata, ma si acquisisce in momenti privilegiati della vita, quelli sensibili o critici come per esempio la cattura. Quindi se non si può parlare propriamente di un’identificazione dell’animale con l’uomo, avviene un adattamento al mondo umano. Questo adattamento è il risultato del contatto fisico tra la madre che allatta e l’animale che è nutrito e fatto oggetto di stimolazioni diverse da quelle che avrebbe dato la madre naturale cui è stato strappato. A questi mutamenti della psiche e del comportamento animale si dirige l’attenzione non solo degli etologi, ma anche degli etnologi, con uno spostamento d’ottica di estremo interesse”.
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La vicenda di Alfio Fragilo pone dunque in luce come l’esperienza dell’istituzionalizzazione specista possa dar luogo ad una rinnovata relazione tra le asseritamente diverse specie proprio sulla base di un femminile anti-patriarcale che ponga in essere una ri-lettura della categoria di fragilità, appartenente ad un novero di caratteristiche che vengono di solito ascritte, con convergenza non casuale, tanto alla figura dell’animale quanto a quella del malato mentale. Così (nel suo volume “Dietro ogni scemo c’è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria”) le espone, demistificandole, il teorico antipsichiatrico Giuseppe Bucalo, parlando del suo rapporto con un sopravvissuto alla psichiatria, Arturo: “Arturo ha chiuso la sua partita con la psichiatria e ha aperto quella più dura e più vera del senso di stare in questo corpo, con questa storia, con queste persone… Molti di noi hanno seguito le orme di Arturo e hanno imparato che si può comunicare col proprio “autismo”, la propria “pericolosità”, la propria “fragilità”, che la follia fa parte di noi, che non va modificata, ma vissuta fino in fondo. Il villaggio ha perso il suo scemo!”. In tal senso il procedimento per cui la fragilità, in questo caso generata dal processo di istituzionalizzazione, viene ribaltata in risorsa positiva, passa attraverso una ri-assegnazione di genere del termine: “Fragilo” mascolinizza la fragilità, in via di principio attribuita nel contesto patriarcale alla donna onde squalificare e invalidare quest’ultima, trasformando dunque il termine da vettore di squalificazione a fattore di qualificazione positiva, in una mutua distruzione degli stereotipi di genere patriarcalmente imposti, evidenziando il ruolo dei soggetti esclusi nell’accezione istituzionale del termine (folli ed animali) quali imprescindibili vettori della battaglia contro i codici di genere, proprio sulla base di quella tensione etica che la studiosa femminista Luisella Battaglia, nel suo saggio “Umanità e animalità. Oltre la morale dell’appartenenza di specie”, così delinea: “L’altro è colui che -guardato- non mi restituisce l’immagine speculare di me stesso, delle mie categorie, delle mie certezze, giacchè crea un elemento di sconcerto, di perturbazione, mi costringe a mettermi in discussione, mi rammenta la mia incompletezza, il mio essere un punto di vista. Ma l’altro non è solo fuori di me, abita anche dentro di me. L’animale in tal senso, non è mai un alieno. Una riflessione filosofica che voglia davvero fare i conti con l’alterità non può che collocarsi sulla frontiera di due sguardi, quello dell’animale e quello dell’uomo. “Pensare” forse comincia proprio da qui”. [I disegni a corredo di questo post  sono dell’illustratrice tedesca  Anya Triestram, 2007]

>>> Download “Esperimenti su animali al Dipartimento di Farmacologia di Milano” (pdf – 4 mb)

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