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[Letture]

Matteo Guarnaccia “Non avrai altre Dee…” (1997)
Vicki Noble “Sessualità sacra e trasformazione” (2003) 
[Pep] «Nella letteratura sanscrita uno yogi descrive un’assemblea di yogini in un banchetto di orgiaste spirituali, che come le antiche Menadi greche, “erano inebriate” dalle loro sacre bevande fermentate (soma) che le avevano portate all’estasi. Le donne selvagge s’intrattengono con uno scheletro fingendo che sia il loro amante. Com’è possibile e che cosa ha a che fare con la sessualità femminile? E’ quasi impossibile per un occidentale immaginare di avere un’esperienza energetica diretta con la morte visto che i nostri funerali sono così terribilmente asettici e deliberatamente poco eccitanti. E’ passato molto tempo da quando abbiamo smesso di preparare con le nostre mani i cadaveri per la sepoltura ,delegando questo compito ai tecnici professionisti, che lo fanno lontano dalla casa dove vivono i nostri cari. Per dare un’occhiata alle bizzarre e (per noi) inimmaginabili possibilità presenti nei riti funerari animisti dovremmo osservare un rituale divinatorio di morte dell’Africa occidentale nel ventesimo secolo, in cui il cadavere danzante funge da veicolo oracolare per la comunità».

Così si esprime Vicki Noble, provocatoria tealoga e figura di spicco della spiritualità femminista. Nella sua personalità si intrecciano una capacità di pensiero tale da attingere alla dimensione primaria, sempre meno disconosciuta, della spiritualità umana, e una forte attenzione pratica alla dimensione dello sciamanesimo, concretatasi notoriamente nella realizzazione di una declinazione lesbofemminista dei tarocchi, disegnati da Karen Vogel e caratterizzati dalla rivoluzionaria forma rotonda: sconvolgendo e ri-leggendo con arcana eleganza il repertorio dei simboli tarocchiali. Il suo pensiero è capace di invalidare la manovra-chiave della strategia cristiana, con il riferimento di questa alla morte quale dimensione estraniata e distruttiva, di cui è necessario alimentare efficacemente la paura, onde far scattare per reazione la speranza nella vita eterna (così come più in generale il cristianesimo deve impoverire di senso l’esistenza umana per lasciar spazio ad un conferimento “salvifico” ed estrinseco di questo da parte di “Gesù Cristo”). 
In questo senso il tentativo di porre rimedio alla visione cristiana dell’esistenza è rappresentato in particolare dalla sottocultura Dark, dedita ad un’illimitata lettura estetizzante della morte: si pensi in particolare ad una delle sue esponenti più significative, la cantante transessuale Anna Varney/Sopor Aeternus, nella cui complessa opera musicale ha luogo un’ esplicita erotizzazione della morte, sviluppata lungo tutto l’arco della sua straordinaria produzione. La spiritualità della Dea concepisce la vita e la morte come momenti di una processualità infinita: di qui un’immagine della Dea, rivelata da Marja Gimbutas, e sottolineata dalla più grande tealoga italiana, Luciana Percovich, con riferimento agli ultimi sviluppi delle civiltà ginecocratiche: “Si sviluppa la raffigurazione della Dea della Morte, che ha bocca larga, zanne e talvolta la lingua pendula, come nelle Gorgoni greche, che erano simboli terrificanti e avevano il potere di trasformare gli uomini in pietre. Dotate anche di antenne e di ali d’ape: la Gorgone pietrifica e uccide, ma poi vola via con le ali dell’ape, simboli di rigenerazione”. 

La religione della Dea, nella sua arcana primarietà, smaschera lo “scontro di civiltà” come un ingannatorio e sanguinoso gioco delle parti tra le due “grandi” religioni patriarcali, cristianesimo e islamismo (cui si correla, con anacronismo francamente rugginoso, la reiterata invocazione di asserite radici cristiane del mondo occidentale contemporaneo: asserendo cioè una piena riducibilità, evidentemente inesistente, dei contenuti culturali di quest’ultimo al cristianesimo o alla sua sequela): finalizzato in realtà a celare e frenare l’emergere nel mondo contemporaneo della religione della Dea e della supremazia globale femminile (inverante, infine, le parole della pioniera lesbofemminista primonovecentesca Helene Von Druskowitz, autrice, nella sue Proposizioni cardinali pessimistiche, de L’uomo come impossibilità logica ed etica e come maledizione del mondo,che così si rivolgeva alle donne, invitandole a non lasciarsi ingannare dal Dio cristiano, in quanto insano prodotto del cervello maschile, ma a coltivare la propria profonda interiorità: “Grazie alla vostra incontestabile bellezza, ai vostri modi dolci, al vostro spirito chiaro, sentitevi come superiori esseri naturali”, diagnosticando implicitamente il cristianesimo quale virus patogeno che aggredisce l’organismo femminile, compromettendone i sofisticati equilibri bio-psichici, laddove lo spregiudicato progetto politico della pensatrice prevede la creazione di un mondo integralmente femminile “per mezzo di una educazione libera e audace, incoraggiato da una precoce scelta professionale e dalla divisione delle città per sesso, come dalla limitazione del numero degli sposalizi che infine porteranno all’eliminazione del matrimonio”), nella progressiva cancellazione culturale e fattuale del patriarcato e nel ripristino dell’assetto sociale originario (in cui, come sottolinea Noble, “l’organizzazione sociale umana non era impostata sulle famiglie nucleari e la paternità non era in alcun modo istituzionalizzata. Al di là della semplice biologia la paternità era difficilmente riconosciuta, di certo non divinizzata…”, sostenendo la dinamica, ormai apertasi, della cancellazione giuridica della figura paterna, verso il proprio progetto di matriarcato lesbico, in un’epoca in cui l’implausibilità della maternità eterosessuale va evidenziandosi sempre più), con la liquidazione dell’etica gattopardista che caratterizza il cristianesimo nel suo contrapporre alla dimensione mondana e carnale un paradiso che la nega e la svaluta, generando fatalmente l’aspirazione a questo e, con scadente nichilismo, l’irrilevanza, tendenziale o totale, di qualsiasi azione intelligente volta all’ elevazione o al raffinamento dell’esistente. 

Il testo di Noble che il K.C. H. presenta, estratto dal suo volume “La Dea Doppia”, evidenzia la specifica connessione tra dottrine tantriche e Feminist Spirituality: laddove le prime, in quanto trasformanti la relazione sessuale in un veicolo per un ampliamento della sfera percettiva e della consapevolezza veritativa, consentono la riattivazione di quella consapevolezza sistemica che tanto l’ecologia profonda, quanto l’ecofemminismo, hanno indicato come approdo etico e percettivo dell’essere umano. La figura della Dea Doppia (affine e parallela all’onni-potente simbolo femminista della Labrys, la doppia ascia remota origine minoica, espressione della spietata potenza guerriera delle amazzoni antiche ed odierne), che la ricerca di Noble, modellata sulla mitoarcheologia matriarcale di Marjia Gimbutas (e contigua alle posizioni di pensatrici del neo-buddhismo femminista quali Tsultrim Allione e Miranda Shaw), evidenzia quale trans-culturale allo specifico livello delle società ginecocentriche, è indicante la nozione del femminile come costititutivamente ciclico e bi-polare (della cui scotomizzazione il bipolarismo di cui parla la psichiatria costituisce, quindi, l’ inaccettata, eversoria tempesta riparativa), ma anche la centralità della relazione lesbica in quanto veicolo sociale di tale bi-polarismo e dunque modalità eticamente e psichicamente superiore della relazione umana, sovente testimoniata dagli antichi reperti in quanto espressione della regalità lesbica (la coppia di due regine) come paradigma corretto della regalità umana e, più in generale, della leadership sociale. 

Tale ottica lesbocratica, sottolinea Noble, trova nella società occidentale contemporanea crescente riscontro: “…le donne collaborano tra di loro molto di più oggi. Lo possiamo vedere sia in coppie dello stesso sesso (due mamme) che allevano famiglie senza uomini, o in donne che si mettono insieme negli affari o in quelle amiche che si mettono in un cerchio e si sostengono reciprocamente nel portare avanti i compiti delle nostre faticose vite moderne: sono tutti esempi di donne che condividono il potere. Il manifesto egualitarismo e l’intimità psichica della Dea Doppia conferisce potere sia alle evidenti sorelle spirituali che emergono da un’unica cintura condivisa, sia alle regali regine che siedono sul trono, fianco a fianco, in posizioni di potere e che potrebbero essere a capo di una corporazione… La Dea Doppia è un’ esortazione per tutte noi ad attingere alla potente corrente sotterranea dell’energia femminile, che fluisce là dove siamo, dai tempi più antichi fino ad oggi, e a celebrare in ogni donna l’incessante fluire di yin e yang, buio e luce. Apparteniamo tutte per nascita al culto della Dea Doppia, la cui potente immagine ci provoca verso l’autonomia e il legame femminile; senza nessun riferimento all’uomo”, dando il colpo di grazia all’eterosessualità con la sua ingannatoria nozione di complementarietà, dalle inaggirabili implicazioni femminicide.
Concludiamo con una citazione di Luciana Percovich, in cui risuona il maestoso e sereno tempo ciclico della Dea, che trova la propria numinosa epifania nei cicli del sanguinamento mestruale, in contrapposizione al convulso e convulsivo tempo lineare del patriarcato e delle sue credenze cristiane: 
Alla sacralizzazione del quotidiano le donne sono portate da quella che è la loro esperienza dell’essere al mondo, dei suoi segreti e dei suoi misteri. Attraverso gesti sempre ripetuti, come in un rituale sacro, spetta alle donne il miracolo di dare la vita, di proteggerla, conservarla e negarla; di esserci nella cura del quotidiano e nei momenti drammatici di trasformazione e di passaggio. Il femminile è nel suo poter essere soglia, luogo alchemico del trapasso tra la non-vita e la vita, spazio dove l’anima si incarna, dove ciò che non è ancora e ciò che è si toccano.

Conoscere nel proprio corpo e nell’esperienza culturale di sé queste realtà, come fatti ordinari anche se non sempre aproblematici nella rappresentazione e accettazione di sé, significa riconoscere la propria sacralità, come ben compresero e riconobbero in Australia col mito sull’origine della religione”: sottolineando, nella propria profonda visione spirituale, l’aborto, di contro ai tentativi, oltre che di cancellarlo, di intenderlo quale minor male rispetto al proibizionismo anti-abortista, quale esclusivo diritto ontologico femminile, gesto radicale che è sublime manifestazione di libertà e non certo dramma insanabile, nel pieno ripristino della potenza della donna, in quanto essere munificente che per diritto naturale signoreggia la vita e la morte dell’Umanità, così come nel trascendimento e nell’oblio della rozza dicotomia, interna alla mistificazione cristiana dell’essere umano, tra l’apologia dell’aborto in quanto diritto fattuale e la sua riprovazione denigratoria, smascherando, dunque, la realtà dell’aborto quale dimensione coessenziale al solo orizzonte eteropatriarcale (al riguardo si veda l’imprescindibile volume a cura di Luciana Percovich La coscienza nel corpo, edito nel 2005 da Fondazione Elvira Badaracco/Franco Angeli, che restituisce un’immagine puntuale del Movimento per una Medicina delle donne, situantesi, secondo modalità attualissime, all’intersezione tra riflessione femminista e critica anti-psichiatrica al sapere medico, veicolata primariamente dalla pensatrice amazzonica Phyllis Chesler, con il suo “Le donne e la pazzia”, e dalla militante anti-istituzionale Franca Ongaro).
Ad introduzione del testo di Noble accludiamo un articolo di Matteo Guarnaccia, “Non avrai altre Dee…” (dal n.9/10, “Dio chi?”, della storica rivista illustrata Village, dell’Editoriale Donna), avente per scopo l’introduzione alla religione della Dea, in cui il disegnatore, che vi esalta la ricca e profonda vita vegetale quale paradigma biologico superiore, trova una ri-produzione fotografica delle proprie celebri invenzioni visive attraverso il lavoro dell’iconografa tealogica Giulia Borioli che vi dispiega l’incipit di una potenziale galleria del divino femminile, ormai diffondentesi in forme palesi o implicite nei media e nella società.: nei lussuosi abbigliamenti di Jean Paul Gaultier e Abe Hamilton, Marina Spadafora e Romeo Gigli prendono sconvolgente realtà la Signora delle Soglie, nella sua capacità di ricucire gli strappi energetici e Kali, Signora del Tempo e della Distruzione, Nostra Signora dei Fiori, imbanditrice di merende psichiche e la celtica Signora degli Animali, la cretese Dea dei Serpenti e la Signora Feroce Despoina, la tantrica Mara, Tara (“Lei, la cui mano ornata dalla ruota gira in ogni direzione; Lei che con il proprio riso assoggetta a sé i demoni e il mondo”) e Dam, “l’aspetto uniforme delle dee e degli dei, Colei il cui vero nume, sotto aspetti multiformi, con svariati riti e diversi nomi è venerato in tutto il mondo”. 

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