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[Free music for punx] 
Ancora sul rock sovietico, e il particolare su quello lituano…
[Puj] Quando mettiamo piede in qualche paese che un tempo aderiva al Patto di Varsavia il nostro principale scopo è frugare nei mercatini delle pulci o nei più puzzolenti negozi di antiquariato alla ricerca di vecchi vinili di rock sovietico degli anni ’80.
Nei paesi che hanno subito il dominio dell’Unione Sovietica, tipo le repubbliche baltiche, non è difficile trovarli ad un prezzo stracciato, perché lì tutti odiano i russi, il comunismo e con essi pure i vecchi rocker dell’epoca sovietica. Così é ad esempio in Lituania, dove siamo stati recentemente.
In Lituania, i dischi della Melodya (la vecchia casa discografica di stato russa) restano ad ammuffire nelle scatole in attesa di qualche appassionato di paccotigglia al quale tirarli dietro. In un negozio di dischi di Vilnius, il proprietario ha cercato di rifilarci decine di album di rock lituano moderno, roba mezza folk un po’ pagana, un po’ metallara, dal sapore inequivocabilmente nazionalista e anti-comunista. Ma noi volevamo solo frugare in pace nello scatolone dei dischi della Melodya! Ognuno ha le sue stranezze, i suoi vizi. noi abbiamo questo: adoriamo il rock russo degli anni ’80! Non è un reato! Chiaramente quando il nostro interlocutore ha finalmente capito quello che cercavamo, se ne è rammaricato con quella partecipazione spirituale che solo i lituani esprimono per le sventure altrui. Come quando, nelle pizzerie lituane, ordinavamo una pizza senza formaggio (cioè vegana, ma lì nessuno sa che cosa significa): la cameriera per poco non scoppiava in lacrime al pensiero che avremmo magiato una pizza senza formaggio, consapevole della sofferenza che ne avremmo tratto (in effetti, una pizza lituana senza formaggio non è consigliabile a nessuno). Così, appurato il nostro interessamento verso il rock russo dei bei tempi andati, i lituani cambiavano espressione tramutando la curiosità in pena e dispiacere, rinunciando a capire come rispettabili e moderni rocker occidentali potessero essere così autolesionisti da voler pagare dei soldi per ascoltare il merdoso vinile di un gruppo vocale bielorusso o di una qualche terrificante band disco-funky del Caucaso. Malgrado tutto, siamo tornati dalla Lituania con un portentoso pacco di vinili odoroso di muffa…

Hippie lituani negli anni ’80: le mode arrivarono in ritardo in Urss…

Lituania Rock’n’Roll.
Il rock in Lithuania seguì il destino genericamente affidato al rock in tutto il blocco sovietico: fino ai primi anni ’70 veniva considerato un fenomeno socialmente pericoloso ed espressione somma della decadenza occidentale, e fu proibito; a Vilnius, nel 1971 si tenne un grosso concerto illegale di rock “studentesco” (principalmente gruppi di cover di Beatles e Rolling Stones), i cui organizzatori furono poi perseguitati dal KGB. Solo negli anni successivi il rock fu cautamente legalizzato, a condizione però che fossero rispetttate restrizioni grottesche e del tutto castranti per la creatività dei musicisti: il 75% del repertorio doveva essere di autori sovietici, il 20% di autori provenienti da altri paesi socialisti e solo il 5% poteva essere materiale di altra provenienza!
I Gintarėliai, furono una band di pionieri del rock’n’roll lituano: negli anni ’60, la loro fama si diffuse rapidamente perché si diceva fossero tra i più validi esecutori delle canzoni dei Beatles (fatto importantissimo per il pubblico russo: i gruppi erano più o meno dei jukebox ambulanti che avevano il compito di riprodurre il più fedelmente possibile i dischi proibiti!). Poi nei ’70 furono tra le prime band a poter registrare qualcosa di ufficiale ed effettuare tour aldifuori della Lituania. Nel 1991, con la fine del comunismo in Russia, scapparono negli USA, dove vissero felici e contenti (o forse no). Il pezzo che segue (il cui video ci racconta di un temibile gruppo di bikers lituani) è a firma loro e risale al 1972, e tra l’altro… non é male!:

Non solo suonare, ma anche ascoltare musica in Unione Sovietica non era semplice: naturalmente non esisteva un libero mercato discografico, tutto era monopolizzato dalla Melodya, la casa discografica di stato, che si occupava oltre che della pubblicazione dei dischi dei musicisti provenienti dal blocco sovietico, anche dell’imprtazione della musica occidentale: un disco di Al Bano o Adriano Celentano, dal consumatore russo poteva essere acquistato solo in versione russa, ovvero in una nuova confezione, epurata di ogni elemento sgradito a livello grafico e arricchito di note a firma di sedicenti esperti, nelle quali gli artisti di turno venivano introdotti e in qualche modo resi consoni agli standard etici e culturali del comunismo.

Alcune oscenità discografiche italiche degli anni ’80 in versione sovietica…
La lista nera degli ascolti ideologicamente nocivi

Questa era la norma. Però, fin dagli anni ’60, i dischi occidentali, più o meno di straforo, attraverso l’etere, su nastri copiati o in esemplari di contrabbando, iniziarono a circolare in tutto il blocco comunista: questo costrinse il Governo sovietico a compilare elenchi (liste nere) di dischi e musicisti proibiti.
Ecco un esempio di lista nera, che risale al 1984: [traduzione] “Il seguente elenco contiene gruppi musicali e artisti stranieri i cui repertori contengono composizioni ideologicamente nocive. Le informazioni contenute in questo documento sono utili allo scopo di intensificare il controllo delle attività nelle discoteche. Tale informazioni devono essere fornite anche a tutti i complessi vocali-strumentali e alle band giovanili che suonano nelle discoteche della regione“.

La lista è comica, e contiene una serie di nomi ai quali sono abbinate alcune turpi responsabilità, per esempio: “Kiss: Neo-fascsimo, punk, violenza; Pink Floyd: distorsione della politica estera sovietica (con riferimento alla guerra in Afghanistan); Black Sabbath: violenza, oscurantismo religioso; Judas Priest: anticomunismo, razzismo; Donna Summer: erotismo; Talking Heads: mito della minaccia militare sovietica” etcetc… davvero buffo che nell’elenco compaiano anche Julio Iglesias bollato come neo-fascista e i Canned Heat, accusati di propagandare l’omosessualità! Molte le acccuse di essere “punk”, rivolte anche a personaggi impresentabili come punk, tipo i Blondie e gli Yazoo.
Del punk in Russia abbiamo già ampiamente parlato; occorre ribadire però una cosa caratteristica del panorama musciale russo del tempo, ovvero che il punk, in Russia, non solo era mal visto dalle autorità, ma anche dagli stessi musicisti.

Gli Автоматические Удовлетворители, pionieri del punk in Urss, fanno gli scemi per le strade di Leningrado (fine anni ’70)…

Artemy Troisky, il grande divulgatore del rock russo degli anni ’80, ci spiega un po’ il perché in “Back in the USSR: The True Story of Rock in Russia” (1988): “Ci sono fondati motivi per cui il punk e la new-wave (al contrario per esempio del rock progressivo) impiegarono tanto tempo per sfondare in Urss. Una ragione psicologica: essendo sempre stati ridotti al rango di cugini poveri della cultura “vera”, i nostri rockers erano portati alla ricerca di un certo “prestigio”, e intendo con ciò arrangiamenti musicali complicati, virtuosismo tecnico, testi poetici e abiti eleganti. Il pathos anarchico, coscientemente influente dal 1977, era estraneo ai nostri musicisti. Mentre per Johnny Rotten poteva essere un segno di affermazione essere chiamato punk, brigante o pezzente dalle generazioni più anziane, i nostri rocker erano stati indicati con appellativi del genere per anni, senza motivo, e volevano sbarazzarsi di questa fama […]. In Russia, una sola cosa tutti sapevano dei punk: che erano fascisti! Così i nostri corrispondenti in Inghilterra ce li avevano descritti. Parecchi articoli negativi apparvero nell’estate e nell’autunno del 1977 con descrizioni delle loro sordide e insipide esibizioni, delle loro tremende maniere […]. A corredo, furono stampate un bel po’ di foto dei “maestri del punk” che esibivano una svastica. 

Ma considero che sia un’altra la principale ragione del fallimento conseguito qui in Russia dai punk. Rigurda il modo di intendere la musica qui da noi: noi non abbiamo l’abitudine di suonare ad alto volume, velocemente e in modo sporco. Forse l’amore per la melodia e per un suono pulito è insito nei nostri geni. In che altra maniera si può spiegare la passione senza limiti per un gruppo miserabile come gli Smokie, o l’enorme popolarità degli Eagles nei tardi anni settanta?“.  
A proposito di punk: sul tubo abbiamo trovato questa breve video-intervista in cui compare un gruppo di punk di Elektrenai, Lituania; pare girato nel 1988. Suggestivo e misterioso…:

Durante l’epoca della Perestrojka la censura alleggerì la morsa e il movimento rock conobbe la sua epoca d’oro; così anche in Lituania, dove le rock-band non avevano trovato spazi, il rock divenne il veicolo della ribellione dei giovani verso il giogo statale. Il gruppo che sicuramente incarnò lo spirito e l’audacia del nuovo rock lituano degli anni ’80 fu quello degli Antis (ehm… gli “anatra”!) di Algirdas Kaušpedas, che ne fu la voce e la mente. Gli Antis erano un combo teatrale/musicale il cui spettacolo era incentrato sulla derisione degli aspetti grotteschi e antidiluviani della burocrazia sovietica e della vita quotidiana ai tempi del regime.
Gli Antis si formarono per gioco, come divertissment di un gruppo di architetti di Kaunas. Emersero dall’anonimato nel 1985, bollati dalla critica come gruppo “punk”: il termine veniva solitamente utilizzao dai giornalisti che, non sapendo che pesci prendere, frettolosamente definivano “punk” qualsiasi cosa fosse fuori dall’ordinario. Esordirono davanti al grande pubblico al festival di Vilnius del 1986; Artemy Troitsky ci racconta l’apparizione della band (che, tra l’altro, fu nella sostanza illegale: le autorità lituane non approvarono la loro partecipazione, così il loro nome non finì nel programma): “Il cantante arrivò sul palco dentro una bara, emerse dalla cassa e si drizzò, circondato da fiori di carta, fissando freddamente il pubblico come uno zombie e cantando in un microfono a forma di telefono. La canzone si chiamava Alio-alio e parlava delle pressioni fatte dalle autorità su artisti ed intellettuali…

Figuranti vestiti da Druzhinsky (uomini della sicurezza) portano via Kauspedas

Quando finalmente lasciò il catafalco si rivelò come un mostro affascinante, alto due metri e vestito di un morbido smoking, un incrocio tra Rodolfo Valentino e il Conte Dracula. Sorrideva con dolcezza, strizzava l’occhio al pubblico, ma non si trattava solo di espedienti retrò; era non meno sinistro che seducente, e il messaggio non stava sicuramente nel puro e semplice divertimento. Tra un pezzo e l’altro il riflettore puntava verso un angolo della scena in cui un presentatore vestito di tutto punto leggeva una parodia di un nostiziario tv con voce piatta: il loro modo di annunciare le canzoni. I testi erano sulla frustrazione e sui sogni infranti, quadri satirici dell’élite artistica, della televisione di Stato, dei tronfi valori nazionali e dello stupido stile di vita provinciale. Alcune canzoni erano grandi, come “Se non bevi morirai”: “Sta come la torre di Pisa, un tipo con un sorriso più ottuso di Monna Lisa”. E’ vero che i messaggi delle canzoni degli Antis non erano così violente o politicamente diretti come i testi di certe rock band russe contemporanee, ma nel confronto con tutto ciò che era (o non era) successo in Lituania, sembrava incredibile, un enorme passo avanti. La musica era piuttosto lontana dal punk; più simile ad un R&B tirato che spesso si trasformava in qualcosa di interssante ma strano, come una citazione del folk lituano o un riferimento statirico a qualche melodia dolciastra da Eurofestival“.  

      

Kaušpedas fu, nel 1987, l’organizzatore della “Marcia-rock sulla Lithuania” un festival di gruppi rock lituani, che si ripeté per tre anni fino al 1990, anno dell’indipendenza lituana dall’Unione Sovietica. Fu un crescendo di partecipazione: il rock, anche in Lituania, era diventato la voce di tutti coloro i quali rifiutavano il sistema sovietico o cercavano, più semplicemente, una vita migliore.

Gli Antis live durante la Marcia Rock del 1987

In pochi mesi gli Antis divennero idoli nazionali, vere rock-star locali ai cui concerti accorrevano migliaia di persone: ma erano quanto di più lontano potesse esserci da una pop band degli anni ’80; non erano un granché a suonare, e ascoltando il loro primo disco lo si capisce (ebbero comunque la saggia idea di assoldare una sezione di fiati jazz che ingentilì il loro sound, rendendolo più digeribile):


Riguardo alla “preparazione musicale”, un tema molto sentito dalla critica sovietica dell’epoca, dato che solo i veri musicisti erano considerati degni di calcare i palchi, Algis confessava: “Il problema era che eravamo davvero degli architetti e non sapevamo suonare bene nessuno strumento, così chiedemmo aiuto ad alcuni professionisti che suonavano jazz. Noi architetti siamo ancora quelli che suonano peggio nel gruppo, ma tutte le idee, anche quelle musicali vengono da noi. Naturalmente non sappiamo niente di teoria musicale e di composizione e non ci siamo messi a studiarle, ma non c’importa, usiamo i nostri limiti in modo costruttivo. Il nostro spettacolo è costruito sull’ignoranza musicale!“.
La forza degli Antis in effeti risiedeva nell’ironia dei testi (nei quali faceva da padrone la derisione della burocrazia e della censura) e nella caustica teatralità delle esibizioni live. Negli anni successivi, gli Antis migliorarono come musicisti, ma non si abbandonarono mai a tentazioni populiste o commerciali. Dice Troitsky in Tusovka: “La versione 1988 degli Antis era in ogni senso meno pop che mai: musica aspra, testi terrificanti, immagine sgradevole:Ciò che abbiamo fatto prima – dice Kauspedas – era sbeffeggiare la cultura di massa e lo stile di vita filisteo; insultavamo i burocrati, ma li trattavamo più come rappresentanti corrotti della classe medio-alta che come qualcosa di più serio. Adesso sento che non è più sufficiente. Il mio personaggio adesso è più duro, è più serio: sa di Siberia”. Algis arriva in scena su un side-car del tempo di guerra, vestito con un lungo soprabito di pelle ed un elmetto nazista. […] Il palco è decorato con slogan bianchi su sfondo rosso, il manifesto del gruppo – una fila di fotografie ultraconvenzionali in bianco e nero di ogni membro della band – ricorda sia un dossier segreto che una “tribuna d’onore” per celebrare gli “eroi comunisti del lavoro”. 

“Il gruppo mantenne la maschera totalitaria anche durante l’apparizione nella popolarissima trasmissione tv russa “Domande e risposte” nel settembre dell’88“. In quell’occasione, Kauspedis si presentò in una veste molto ironica, atteggiandosi a tutto quello che le canzoni degli Antis deridevano: un ottuso burocrate. Ad esempio, alla domanda se le qualità musicali della band fossero ancora da perfezionare, la risposta fu:  “Compagni! Non abbiamo nessuna qualità musicale e non ne abbiamo bisogno. Noi seguiamo le direttive del Partito e portiamo a compimento ogni incarico, musicale e non musicale, che ci venga assegnato dai nostri superiori“. Naturalmente, il pubblico russo, per il quale la parola “ironia” é un mistero, trovò offensivo e un po’ stupido lo stile del lituano, tanto che alcuni colleghi russi bollarono gli Antis addirittura come “fascisti”; complici la scelta di cantare solo in lituano (scelta “nazionalista”) e alcune rivendicazioni pro-Lituania che era possibile leggere tra le righe delle loro canzoni. Si verificò quindi questa strana situazione, per la quale gli Antis divennero autentiche celebrità in patria, voce della libertà e della rivoluzione, ma rimasero in ombra in Unione Sovietica, dove erano considerati ambigui e nazionalisti. Fatto sta, comunque, che la popolarità degli Antis nel loro paese fu tale che Kauspedas fu lì lì per candidarsi alla carica di presidente lituano!

Gli Antis in azione con la loro poderosa sezione fiati…

La storia degli Antis è l’ennesima testimonianza del ruolo incisivo che ebbe la musica rock negli eventi sovietici degli anni ’80, di quanto essa influenzò il clima culturale e politico dell’epoca. Fa un po’ pensare a quanto oggi la musica sia diventata un media vuoto e del tutto innocuo, un prodotto massificato e globalizzato. E’ finita certamente un’epoca, che probabilmente ha a che fare sicuramente con la digitalizzazione della musica e la sua diffusione libera e selvaggia, ma anche con la fine delle grandi ideologie dei tempi della Guerra Fredda, quando stare da una parte o dall’altra non era esattamente la stessa cosa. E’ la forza del conflitto e il coraggio che si sono persi. e il potere della musica si è liqufatto, è sparito come sono spariti i supporti fisici che la veicolavano. La storia della musica rock degli anni ’80 nei paesi del patto di Varsavia è così interessante ed avvincente perché quella, forse, è stata l’ultima epoca nella quale il rock ha rappresentato una minaccia e ha fatto da colonna sonora ad una forza di cambiamento.

Algis Kauspedas celebra il suo funerale, nello stile dei funerali di stato sovietici…

Chiudiamo questa simpatica (e necessariamente incompleta) retrospettiva sul rock lituano di epoca sovietica con qualche riga su uno dei più originali gruppi lituani degli anni ’80: i simpaticissimi Kardiofonas. Si formarono tra le corsie dell’ospedale di Kaunas, dove tutti i componenti della band lavoravano. Anche il loro nome ha a che fare con l’ambiente sanitario, ed in particolare, credo, col reparto di cardiologia! Pubblicarono un unico album nel 1988, intitolato Kalėdų eglutė (Albero di Natale!…), che potete trovare qui sotto: sbilenco, buffo pop-rock da balera…

>>> Download KARDIOFONAS album (1987) in .mp3 (.rar – 53 mb.)

Come si sarà capito, il fulcro del rock lituano fu Kaunas e non la capitale Vilnius. Kaunas è la seconda città della Lituania per grandezza, ma non pensiate si tratti di una metropoli: ha poco meno di 380.000 abitanti, è una piccola cittadina, dall’aspetto provinciale. Tuttavia, chi ci è stato lo sa, Kaunas è un luogo strano e misterioso: come scenario per gruppi post-punk oscuri e disagiati è perfetta. Meno decadente e squallida della capitale Vilnius, Kaunas è una cittadina tipicamente sovietica, con tanto cemento e scorci distopici, ma anche con un ineffabile fascino gotico. Dopo le nove di sera le strade cittadine sono deserte e, ad eccezione del viale principale, l’illuminazione pubblica è praticamente assente. E’ il momento migliore per godersi la vista un po’ inquietante del mastodontico Museo della Guerra di Donelaičio gatvė, oltrepassare il fiume Nemunas sul Ponte Vytautas, costeggiare la funicolare e salire sulla collina, dove sorge la spettrale Accademia della Musica di Kaunas… non dimentaicate però di portare con voi qualche bottiglia di ottima Švyturys, che vi faccia da conforto nell’oscurità…

Il Museo della Guerra di Kaunas, di notte…

Kaunas: malinconia lungo il fiume Nemunas

Brutalismi architettonici per le strade di Kaunas…

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Gli Akvarium negli anni ’80

Postilla: gli Akvarium.
Lasciamo la Lituania e spostiamoci ad est, verso Leningrado, l’attuale San Pietroburgo, per parlare dei celeberrimi Akvarium, forse il più importante gruppo del rock russo. 
Dentro uno scatolone posato sul marciapeide del centro di Vilnius, lì unicamente per tenere aperta la porta di un negozio, abbiamo scovato una copia del nostro disco preferito degli Akvarium, Ravnodenstvie (Equinozio), registrato nel 1987. Non si è trattato di un ritrovamento tanto eccezionale: di Ravnodenstvie ne furono vendute milioni di copie in tutta l’Unione Sovietica! A quei tempi potevano succedere cose di questo tipo: un disco vendeva milioni di copie da una parte del mondo, restando del tutto sconosciuto a qualche centinaio di chilometri più ad ovest! Ravnodenstvie fu il disco della consacrazione ufficiale di un gruppo che si era formato dieci anni prima ed aveva vissuto le fortune alterne dell’underground musicale sovietico, fatto di clandestinità, concerti abusivi e continui problemi con la legge.

Il periodo in cui  gli Akvarium emersero all’attenzione del curiosissimo pubblico russo si colloca a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Un periodo un po’ smorto per il rock russo: le vecchie band, esperte di cover di gruppi occidentali, avevano annoiato un po’ tutti e non si vedeva all’orizzonte nulla di nuovo. Del punk si faceva un gran parlare, ma era come se esistesse solo in uno spazio mitologico affidato all’immaginazione.
Quando si entava in un bar di Mosca o Leningrado e si chiedeva ai capelloni seduti nell’angolo più buio: “Ehi,  avete ascoltato qualcosa di elettrizzante ultimamente?” quelli sconsolati scuotevano la testa: “No, un cazzo!”. Fu in questo contesto un po’ deprimente che emersero gli Akvarium del poeta e chitarrista Boris Grebenschikov.

Boris Grebenschikov invita i suoi compagni di gruppo a guardare “oltre”…

Il suono degli Akvarium, anche sforzandosi, non ha nulla a che fare con il punk o la new wave, ma ha rappresentato qualcosa di ugalmente rivoluzionario per le orecchie della gioventù sovietica. Gli Akvarium, a guardarli e ad ascoltarli, hanno a che fare più con la psichedelia degli anni ’60 che con il rock post-moderno che in quell’epoca spopolava in occidente, con le sue pose trasgressive e il suo look appariscente. D’altronde, come tutto, anche la poetica hippie era arrivata in Unione Sovietica con qualche decennio di ritardo: i ribelli sovietici degli anni ’80 erano molto simili ai frikkettoni dei nostri anni ’60, con i capelli lunghi e simboli della pace disegnati sui pantaloni (che solitamente non erano jeans, perché vietati in Urss in quanto simbolo di decadenza occidentale).

Gli Akvarium nacquero come ensemble di musica acustica, principalmente per il fatto che quel tipo di sound era particolarmente adatto ai concerti negli appartamenti, ovvero poteva essere suonato senza amplificazione: d’altronde fare rock in pubblico era sostanzialmente vietato, non bisognava fare troppo rumore! I concerti segreti negli appartamenti erano lo standard del rock russo amartoriale di quei tempi. Tutto il contrario dell’epica rock’n’roll: i gruppi rock russi, più erano trasgressivi, più suonavano a basso volume!
Artemy Troitsky, nel suo Tusovka (1989) ci introduce così la figura di Boris Grebenschikov, leader della band e futuro baluardo del movimento rock di Leningrado, con un appassionata digressione sulla situazione politico-clutrale della Russia di Breznev

Boris Grebenschikov

Boris Grebenschikov è nato nel 1953 ed è un autentico rappresentate della sua (e della mia) generazione – una generazione spesso etichettata con termini tipo “scomparsa”, emarginata o semplicemente perduta. BG è il simbolo di questa generazione, la quintessenza delle sue virtù e dei suoi problemi. Questa generazione evoca una comprensione pietosa, perché i suoi anni migliori coincisero con i due peggiori decenni della storia sovietica: 1964-1984. Ovviamente ci sono stati anni di paure molto più grandi – quelli del terrore stalinista e della guerra. Tuttavia durante quel periodo la nostra vita sociale fu terribilmente dinamica, l’intero paese venne scosso alle radici e vide tragici contrasti. In quell’epoca l’orrore dei campi di concentramento, dei genocidi fisici, intellettuali e spirituali, la più che medievale crudeltà dei governanti convivevano con l’eccitazione delle masse, il trionfo degli indeali comunisti naif, la sfida della costruzione di una nova società. Era un tempo in cui era molto facile morire, ma anche molto stimolante vivere.
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Leonid Breznev

L’era di Breznev capovolse completamente il quadro: nessun movimento, nessun cambiamento, nessuna vera emozione. Gli unici estremismi permessi erano quelli della massima burocrazia, della massima ipocrisia e della massima noia. I frammenti di pensiero libero sopravvissuti alla repressione fisica di Stalin furono metodicamente eliminati sotto il regime di Breznev: questa volta i nemici del regime non furono uccisi negli scantinati o fatti morire di fame nella tundra, ma espulsi in ogni dove e/o internati in ospedali psichistrici e destinati ad iniezioni “rieducative”. Iniezioni simili vennero inflitte a tutta la popolazione con siringhe più grandi: torri tv e antenne radio. Naturalmente nessuna propaganda poteva davvero far credere alla gente che si stava bene e si stava progredendo a tutta velocità: tutti sapevano che il paese era incazzato e incasinato. Ma lo Stato riuscì a creare un’atmosfera davvero comatosa in cui nessuno credeva a niente, e nessuno si preoccupava di niente. Regnava un silenzio furioso, un blocco totale. Alla paura di morire si sostituì l’altrettanto fondamentale paura di agire. E’ difficile immaginare il livello di ipocrisia letargica di quella società: il 99% della popolazione odiava serenamente lo Stato, eppure lo stesso 99% si recava regolarmente a votare il giorno delle cosiddette “elezioni”.  

Gli Akvarium si fecero notare al grande pubblico per la prima volta nel 1980 al festival di Tibilisi, attuale capitale della Georgia, un tempo Unione Sovietica. Il festival di Tibilisi fu un evento chiave della storia del rock in Urss. Vi parteciparono non solo vecchi rappresentati del rock giurassico, ma anche gruppi nuovi come gli Akvarium che diedero naturalmente uno spettacolo giudicato molto negativamente dalle autorità:
In confronto ai nostri rocker relativamente rispettabili gli Aquarium sembravano una vera band di ribelli. Quando Boris cominciò a colpire l’asta del microfono con la chitarra e a sdraiarsi sul palco tenendo la sua Telecaster (presa in prestito) sullo stomaco e dando colpi sulle corde, l’intera commissione di giudici [si trattava di un festival a premi, tipo Sanremo…] si alzò e lasciò la sala in segno di protesta, a significare che non si assumevano responsabilità per l’esibizione di briganti del genere. Il concerto proseguì. Il violoncellista Seva pose il suo strumento su Boris che stava supino e cominciò a colpirlo con l’arco mentre il suonatore di fagotto li cingeva, gesticolando con il suo strumento dall’aspetto sinistro come a voler sparare sulla scena disgustosa. La Georgia non aveva mai visto nulla di simile naturalmente: metà pubblico applaudì con foga, mentre l’altra metà fischiò sdegnata. 

Gli Akvarium scatenati al Festival di Tibilisi (1980)

“Perché avete portato qui quei finocchi?” chiese uno scoraggiato Gayoz Kandelaki, assistente direttore della filarmonica georgiana. “Perché finocchi? Sono persone normali. E’ solo che la loro esibizione è un po’ eccentrica..:”. “Normali? Uno si sdraia sul palco; l’altro gli va sopra, il terzo si aggiunge. Sono degenerati, non sono musicisti!” Un altro punto di accusa contro gli Aquarium rigaurdava la canzone “Marina” che contiene questi versi: “Marina mi ha detto che per lei la vita è inutile ed è ora che si sposi un finlandese”. Boris decise che l’ultimo verso osava un po’ troppo [sposare un finlandese per una donna russa era un buon modo per poter espatriare!] e invece di “sposare un finlandese” [finna] cantò “sposare Brian Eno” [ena] per mantenere la giusta metrica. Ma i giudici naturalmente non sapevano chi fosse Brian Eno e capirono “figlio” [sina] così la canzone veniva: “è ora che sposi suo figlio”. Naturalmente questo fece pensare ad un’ulteriore manifestazione di perversione sessuale. In un primo momento gli organizzatori velevano scacciare immediatamente gli Aquarium dal festival, ma poi si ammorbidirono grazie agli sforzi congiunti di Boris e miei.    
I veri problemi per gli Akvarium cominciarono quando tornarono a Leningrado, dove i loro rivali, da bravi mafiosi del rock, si erano già affrettati ad informare le autorità culturali della città del fatto di Tbilisi, arricchendolo ad arte con vari dettagli. Ne venne che gli Aquarium persero il loro locale per le prove e Boris Grebenschikov il suo lavoro…“.
Ecco, per i più curiosi, un film-documentario sul festival rock di Tibilisi 80…
      

Naturlmente il Festival rock di Tiblisi non ebbe una seconda edizione, ma quella dei grossi rock festival fu una costante per i dieci anni successivi. Il 28 settembre 1991, in un clima molto diverso dai tempi di Tbilisi 80, si tenne l’ultimo grande evento rock prima della caduta del regime comunista: il Monster of Rock di Mosca. Suonarono Metallica, AC/DC e Pantera. Vi parteciparono decine di migliaia di ragazzi e ragazzi da tutta la Russia. Non andò tutto liscio come si può evincere dal filmato qui sotto…

Detto questo, eccovi Ravnodenstvie degli Akvarium, un disco bellissimo quanto originale (un aspetto non sempre comune per i dischi rock sovietici), complesso negli arrangiamenti, ma semplice all’ascolto, come solo i grandi dischi sanno fare. Ravnodenstvie è un po’ il canto del cigno della prima mitica incarnazione degli Akvarium; alla fine degli anni ’80, nel pieno dell’epoca della Perestroijka, Boris Grebenschikov fece il grande salto dall’altra parte dell’atlantico inseguendo sogni di gloria a stelle e strisce: gli fu offerto un contratto con una major per un disco solista e un tour negli USA. Fu per lui un’esperienza deludente, e lo fu anche per i milioni di fan russi che amavano gli Akvarium nella loro veste più underground.
Negli anni successivi Boris ricostruirà la sua band in Russia e pubblicherà altri dischi a nome Akvarium, fino ad oggi: malgrado il periodo d’oro della band sia finito da tempo, Grebenschikov continua a suonare in giro, con una formazione che nulla ha a che fare con quella originale, ma ha ampiamente recuperato la sua credibilità di musicista indipendente e autentico. La musica dei tempi d’oro, di dischi come Radio Afrika, Sinii Albom o Ravnodenstvie resta però unica e irraggiungibile: un singolare miscuglio di folk-rock, musica da camera e attitudine sperimentale. 
Poco prima del crollo dell’Unione Sovietica, Grebenschikov scrisse e registrò un pezzo profetico e davvero significativo riguardo alle sorti del suo paese e, con esso, del rock russo, pubblicato sul suo disco solista del 1991 ed intitolato “Sovrana” (Государыня). Boris si rivolge al suo paese e guarda indietro agli anni trascorsi suonando, conscio che un’epoca si è chiusa e un’altra, enigmatica, si apre: “Sovrana, ricordi come costruimmo la casa, era bella in tutto, ma vuota. Per quanti anni ricamammo la neve con l’argento, temendo di rovinarla con l’acido? Per quanti anni cantammo fino al settimo gallo, cantammo, ma di parlare avevamo paura. Sovrana, dal momento che tu volevi dei nemici, chi avrebbe osato dirti di no? E allora perché oggi stiamo ancor qui a bere questa porcheria, ad ubriacarci fino alla perdizione? Ci fu ben detto che il mattino non avrebbe riscosso il suo tributo, promesso che il fardello sarebbe stato leggero. Ma basta… invano forse per tanti anni costruimmo la casa, ma è colpa nostra se è vuota? Oggi però sappiamo come va con l’argento; vedremo come andrà domani con l’acido…“.

Gli Akvarium ai tempi di Ravnodenstvie (dal retro dell’LP, 1987): un branco di hippie in accappatoio!

>>> Download AKVARIUM Ravnodenstvie album (1988) in .mp3 (.rar – 30 mb.)

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