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RUSSIA 2014 // MOSCA

[Russian tour report 2014 – 2 di 10]
Sabato 19 aprile. Noi, sfaccendati a Mosca. 
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KINO – Бездельник (Sfaccendato) [Tra la folla sono come un ago nel pagliaio. Son di nuovo una persona senza scopo. Ciondolo, tutto il giorno gironzolo. Non so, non so proprio niente. Sono uno sfaccendato, o-o, mamma-mamma. Sono uno sfaccendato, u-uuu…]



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[Puj] Oggi Maksim ci porterà a spasso per Mosca per esaudire due nostri desideri: vedere la Piazza Rossa e andare in un negozio di dischi. Prima però vorremmo espletare alcune formalità burocratiche circa i nostri visti. Ovvero? Partiamo dall’inizio. 
Per poter entrare in Russia occorre un passaporto e un visto: se per il primo valgono le solite raccomandazioni (che non sia scaduto e che non sia stato masticato da un cane), per il secondo tutto si fa molto complicato e incerto. Esistono diverse tipologie di visto russo e per ciascuna di esse valgono regole differenti, ma ugualmente enigmatiche. Noi abbiamo scelto la brillante modalità “visto privato”, per l’ottenimento del quale è necessario l’invito da parte di un qualche ente che sia autorizzato dal Governo ad accogliere stranieri sul suolo russo. Dopo un’attesa di circa un mese, tramite Denis otteniamo l’invito da parte di un’agenzia turistica di San Pietroburgo, città, tra l’altro, nella quale non metteremo piede. L’invito avrebbe dovuto contenere necessariamente un elenco delle città e degli alberghi nei quali saremo ospitati durante il tour, ma le città che compaiono sull’invito non coincidono con il nostro itinerario e i nomi degli alberghi sembrano inventati. Pare comunque che sia normale. Con l’invito in mano possiamo finalmente recarci all’agenzia consolare; il problema però è che essendo in otto dobbiamo prendere altrettanti appuntamenti, perché le domande vanno presentate di persona, oppure con delega, ma facendo finta di essere otto persone diverse (ok, la burocrazia russa non è di immediata comprensione…).
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L’invito dell’agenzia

Ci viene raccomandato poi di compilare con estrema cura il modulo di richiesta del visto, completo di tutti i dati circa i nostri… posti di lavoro! Pena la convocazione da parte del console in persona per un interrogatorio! Fortunatamente, non abbiamo avuto il piacere di incontrare il console ed abbiamo ottenuto i nostri visti senza problemi, anche se a pochi giorni dalla partenza. L’agenzia consolare si è raccomandata però che effettuassimo non più tardi di una settimana dal nostro arrivo in Russia la cosiddetta “registrazione del visto”, un’operazione che pare possa avvenire presso un’agenzia (ad un costo raccapricciante) oppure in ufficio postale al costo più contenuto (e sparato a caso) di 4 euro, anche se – ci mette in guardia la signora dell’agenzia – negli uffici postali è difficile trovare qualcuno che sappia qualcosa circa la registrazione dei visti (?). Insomma: in questa faccenda del visto quel che è certo è che niente lo è.
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Il visto per la Russia

Tornando a noi, domandiamo a Maksim dove possiamo andare per effettuare la fatidica registrazione dei nostri visti. Maksim ci osserva con aria interrogativa, come se avessimo un topo in bocca. Quando capisce quel che vogliamo, ci spiega che, per quanto possiamo desiderarla con tutte le nostre forze, si tratta di una cosa che non si può fare. Perché, anche se frugassimo ogni anfratto della Russia, non troveremmo nessuno che ci registri il visto. Ci spiega che in Russia esistono un’infinità di regole che nessuno rispetta. E’ normale. Detto questo, però, si raccomanda molto di conservare con cura un foglietto enigmatico che ci hanno consegnato in aeroporto e che consiste nella carta d’immigrazione temporanea; va riconsegnata all’uscita dal paese, pena un temibile iter poliziesco che si concluderà con una multa salatissima e la perdita praticamente certa del volo di ritorno.
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La carta d’immigrazione

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Alcuni di noi non avevano dato molta importanza a quello scontrino rifilatoci dal baffone alla dogana. Spaventati, lo recuperiamo e lo riponiamo al sicuro, chi nel portafoglio, chi nel passaporto. Il nonno, previdente, lo aveva già messo al sicuro: in un cestino della spazzatura all’angolo della strada.
L’unica attrazione della Piazza Rossa alla quale decidiamo di dedicare del tempo è una coppia di signori vestiti da finti Stalin e Lenin che si fa fotografare con i turisti al costo di 200 rubli…
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Il Nonno si complimenta con Lenin per la buona riuscita della NEP, mentre Stalin illustra il Piano Quinquennale ad un passante

Per il resto, vorremmo far visita al mausoleo di Lenin (quello vero), ma non siamo i soli ad averne voglia: la fila alla biglietteria inizia lì e finisce fuori città. Quindi lasciamo perdere e chiediamo a Maksim di portarci al negozio di dischi. Lui dice: è qua dietro, cinque minuti a piedi. Un’ora dopo siamo a metà strada. Mosca è spietatamente grande, volgarmente mastodontica, “è sul lato opposto della strada” non vuol dire che si è arrivati, perché può trattarsi di una strada a dieci corsie funestate da un traffico feroce; “il prossimo isolato” non significa niente: gli isolati possono essere mostruosi megaliti senza fine e senza inizio. “Un paio di fermate di metrò” è un’affermazione disonesta e pusillanime: la metropolitana di Mosca corre più o meno attigua al centro della terra: solo per raggiungere i vagoni ci vuole un quarto d’ora di scale mobili!
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Mosca, insomma, è magnifica, gigantesca, gotica, straniante, complicata… ma è anche una delle città più affascinanti che abbiamo mai visto: ai nostri occhi appare, come dire, “incoerente”, sembra in bilico tra diverse dimensioni temporali e pare non avere una precisa collocazione nel nostro immaginario…
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Mosca ha elementi occidentali ed altri orientali che, in un caso o nell’altro, non sono riconducibili agli stereotipi che noi abbiamo di queste due dimensioni. Qui l’occidente che conosciamo è rappresentato soltanto dalle insegne dei negozi alla moda, il resto è ancorato al passato sovietico molto più di quanto si possa pensare: gli intervalli enormi tra i caseggiati, i palazzi di cemento, le vecchie Lada, i cortili segreti; l’oriente è invece quello misterioso dell’Asia centrale, a noi sostanzialmente sconosciuto: ce lo raccontano i numerosi passanti dai lineamenti mongoli che incrociamo, i pope delle chiese ortodosse, i colori giallognoli delle case, la polvere sulle auto…
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“Ciao Puj, sono Fedor Dostoevskij! Come te la passi?

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Ad un certo punto arriviamo al negozio di dischi e possiamo sfogare la nostra mania per i vecchi vinili di rock sovietico. Evviva!
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L’antica arte di far scorrere i vinili con le dita

Stasera si suona al Manifest, un club un po’ chic nel pieno centro della città. Come veri professionisti, arriviamo lì con largo anticipo e facciamo diligentemente il soundcheck, poi, come veri dilettanti, decidiamo di andare a recuperare delle birre per ubriacarci prima del concerto. Entriamo in un produkti. Un produkti è un piccolo supermercato russo, un mini-market solitamente brutto e buio, che ha articoli non troppo alla moda. Compriamo varie bottiglie di Baltika di diversi numeri. Un tizio ci si avvicina e ci sussurra: “Pazzi! Non bevete mai la Baltika numero 9!“. Scopriamo che la Baltika 9 ha otto gradi alcolici di pura birrosità sintetica ed è il corrispettivo delle nostre lattine di Bavaria 8.6, quelle cose che decidi di bere solo quando vuoi separarti dalle tue spoglie mortali ed immergerti nell’abbraccio panteistico di un mistico hangover.
Usciamo dal produkti con sacchetti ben pasciuti di birre gelate, voluttuose e umide di rugiada. Purtroppo però in Russia è assolutamente vietato bere alcolici per le strade (mentre è fortemente caldeggiato farlo in privato). Interviene Maksim: “Conosco un parco dove si può bere!”. Dov’é? “…è qua dietro, cinque minuti a piedi”.
Dopo un’ora siamo a metà strada. Una scarpinata surreale, e arriviamo finalmente al parco, però è recintato per lavori in corso e non ci si può entrare. Maksim sembra scosso, ma gli diciamo di non preoccuparsi: ormai non ci interessa più di essere arrestati o spediti in Siberia ai lavori forzati; la birra la berremo qui, in mezzo a questa piazza sconfinata, e succeda quel che succeda. Poi l’idea: se andiamo a sederci sulle panchine adiacenti a quel teatro, lì sì… si può bere! Come?! chiediamo noi: qui a due metri dalle panchine no, ma lì sulle panchine attaccate al muro del teatro sì? E’ assurdo! Un’amica di Maksim ci dice sconsolata: “Sì, è assurdo, ma tante cose sono assurde in Russia!”.
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Shopping al Produkti

Finiamo la birra senza essere arrestati, e Maksim, impietosito, ci propone di tornare indietro in taxi. In questo paese i taxi sono poco costosi e soprattutto sono facili da trovare, perché… qualsiasi auto è un taxi. Basta mettersi al bordo di una strada, alzare la mano e qualcuno si ferma. Si contratta e si sale. Alcuni di noi salgono con un autista di origine kazake, con tutti i denti d’oro. Capito che siamo italiani, ci chiede di cantargli una canzone. Il nonno attacca con un classico tautologico: l’italiano di Toto Cutugno, inno trash al pomodoro e basilico famosissimo in Russia, come nel resto del mondo; quando Sandro Pertini fece visita in un paese africano, la banda locale suonò quella canzone al posto dell’inno di Mameli perché i governatori locali pensavano che fosse l’inno nazionale…
Bissiamo il successo ottenuto con Toto Cutugno sfoderando una scontatissima Felicità di Al Bando e Rovina, altra porcheria celebre in Unione Sovietica, tanto che un gruppo rock d’avanguardia d’epoca comunista, gli Strannye Igri, ne fece una cover (per altro geniale):



Siamo molto curiosi circa lo show al Manifest perché nel corso delle settimane precedenti si è creata una certa attesa a riguardo: Maksim, Anna e Denis hanno fatto una promozione feroce dell’evento, a suon di interviste e articoli su webzine, radio e siti vari. Abbiamo apprezzato molto questo impegno; quella della promozione è una prassi che oggi da noi si è un po’ persa, ma, se ci si pensa con attenzione, appare ovvia e piuttosto opportuna. Il battage pubblicitario pare infatti aver funzionato: il concerto è sold out, il club è pieno…

Dopo il concerto ci ritiriamo nel nostro signorile privé dove ci è stato riservato un tavolo. Ordiniamo del riso in bianco da mangiare, l’unica cosa che siamo sicuri sia vegan. Il privé non è poi tanto privé però, perché, ad un certo punto, si siede con noi un simpatico russo in tuta da ginnastica, il quale ci porta in dono una bottiglia di vodka: “Grazie caro, non dovevi disturbarti! La apriremo a Natale. Ciao, e grazie ancora!”. No. Non funziona così: in Russia quando qualcuno ti offre della vodka la devi bere lì, con lui, in fretta e, soprattutto… TUTTA!

“Il russo in pillole”, seconda puntata: Zasdarovie! Alla salute!

[…Continua...]

2 Comments on RUSSIA 2014 // MOSCA

  1. tichy
    Replied on 24/06/2014 at 12:18

    Bravissimi!

    …ed i documenti con gli Immortal mi hanno fatto schiantare dalle risate. 🙂

  2. Sarta
    Replied on 26/06/2014 at 17:09

    Ciao Tichy! Grazie! In effetti, chi meglio degli Immortal avrebbe potuto guidarci nei meandri infernali della burocrazia russa?

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