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RUSSIA 2014 // DA PERM AD EKATERINBURG

[Russian tour report 2014 - 9 di 10]

Sabato 26 aprile. Surgelati in Asia, è tempo di ballare!

Kino – Мы Хотим Танцевать [Vogliamo ballare] (Urss 1986) […Ancor prima di nascere i nostri vestiti avevano i buchi / E dov’è quesl sarto che potrà rammendarceli? / E che cosa c’è se noi siamo un po’ così? / Che cosa c’è se noi ora vogliamo ballare?…]

[Puj] Il mattino a Perm è cristallino: il cielo è di un blu intenso, immacolato, il sole splende glorioso sulla skyline sovietica della città, come ai tempi del socialismo reale, quando le rare fotografie delle città che si trovavano sui libri erano sempre raggianti e taroccate con colori vivaci. 

Non si può dire che Perm sia una bella città: non sembra nemmeno una città, ma un grosso parcheggio asfaltato. Malgrado la visione primaverile offerta dalla finestra dell’ostello inviti ad uscire e correre per le strade, appena mettiamo il naso fuori veniamo falciati da un vento artico che non dà scampo: la temperatura si aggira sui -3°. Un freddo inesorabile e senza ritegno.

Torniamo dentro, facciamo i bagagli e ci mettiamo diligentemente in corridoio ad aspettare che Denis torni. E’ andato a prendere il furgone che la notte precedente era stato parcheggiato non sappiamo assolutamente dove, ma non proprio dietro l’angolo, visto che ci ha detto che ci avrebbe impiegato una ventina di minuti.
Venti minuti che passano alla svelta senza che nessuno ritorni. Lo scorrere delle lancette del vecchio orologio sovietico ci trasmette disagio. Quando i venti minuti diventano sessanta cominciamo a guardarci con la faccia a punto di domanda e decidiamo di chiamare Denis sul cellulare. Il suo telefono squilla. Sì, ma nella camera di fianco. Scopriamo che ha lasciato tutti i suoi bagagli, incluso il computer e il telefono lì, sul letto… Dove cazzo sei finito Denis? Dopo un’ora e mezza dalla scomparsa del nostro amato driver decidiamo che il panico può farsi liberamente strada in noi. Chiediamo informazioni sull’esistenza di parcheggi nei dintorni alle signorine dell’ostello, che scopriamo essere due stronze colossali. Non parlano una parola d’inglese, quindi comunichiamo comodamente tramite google translator. L’unica cosa che capiamo chiaramente di quello che ci dicono è che secondo loro il nostro driver ci ha fregati scappando con il furgone, i soldi e gli strumenti. Denis potrebbe aver fatto un cosa del genere? Certo che no! Pensiamo che sia successa qualche disgrazia, tipo che ha incontrato per strada il panzone con le cicatrici della sera prima e che quello lo abbia obbligato a guardare dei video su youtube come ha fatto con noi. Sarta e il Don decidono di intraprendere una spedizione suicida nei paraggi, per cercarlo. Escono… e rientrano mezz’ora dopo ricoperti di brina. E senza aver concluso niente.
L’unica cosa che ci è rimasta da fare è chiamare Maksim, l’unico amico russo di cui abbiamo il numero di telefono. Poi la cosa va così (prestate attenzione perché non è semplice): Maksim chiama un amico a Perm’, il quale chiama il suo amico che ha organizzato il concerto della sera prima, il quale poi chiama un altro amico che aveva accompagnato Denis al parcheggio la notte prima, che quindi esce di casa, va al parcheggio e incontra il guardiano del parcheggio il quale lo dirotta alla centrale di Polizia più vicina, dove finalmente trova Denis. 
Che cosa è successo? Niente di avvincente, bensì una tipica storia di quotidianità russa: mentre faceva manovra per uscire dal parcheggio il nostro furgone è stato speronato alla velocità di circa mezzo chilometro all’ora da un’altra auto; non esistendo alcun danno visibile all’occhio umano ne’ su un mezzo ne’ sull’altro, i due conducenti si sono detti ciao, ma è intervenuto prontamente un tizio che passava di lì, il quale, annoiandosi a morte in attesa che aprisse il bar di fianco, si è preso a cuore la vicenda e ha convinto i due conducenti a denunciare il fatto, non si sa bene perché. Dopo una discussione di mezz’ora, i due per liberarsi finalmente dell’uomo, hanno acconsentito di andare alla centrale di polizia a denunciare il terribile incidente. E qui è entrata in gioco la burocrazia post-sovietica, che assomiglia tantissimo a quella sovietica: lenta e paludosa come un pezzo funeral-doom.
Quando, dopo circa tre ore, Denis fa ingresso dalla porta dell’ostello lo abbracciamo commossi perché ritenevamo che fosse morto, ma lui non capisce e pensa che siamo matti. Ma bando alle ciance: abbiamo cinquecento chilometri davanti a noi e siamo spaventosamente indietro sul tabellino di marcia. Non ce la faremo mai! Denis fa una telefonata agli organizzatori di Ekaterinburg annunciando loro un ritardo a dir poco trionfale, poi parte con una sgommata lasciando i segni dei pneumatici sull’asfalto come in una puntata dell’A-team. Cinque minuti dopo strisciamo veloci come lumache artiche nel traffico di Perm’. Aspettaci Ekaterinburg!
Sono ore che viaggiamo in furgone in mezzo alla neve senza sosta. In silenzio, guardiamo fuori dai finestrini le bianche distese di vuoto che ci scorrono attorno. Siamo otto pupazzi con gli occhi sbarrati, a bordo di un furgone che sfreccia in un limbo bianco. Otto pupazzi come sempre piuttosto affamati, ma ormai non ci facciamo più caso. Ci interessa solo arrivare in tempo. Non possiamo permetterci di saltare il concerto: quella di Ekaterinburg sarebbe la nostra prima data in Asia!
Ekaterinburg è una delle più grosse città russe e sorge appena dopo gli Urali, all’inizio del plateu siberiano. Qui siamo davvero lontani da casa… Avvicinandoci alla cità, la prima riflessione che ci sovviene è: per quale motivo due milioni di persone vivono qui?
Entrando in città vediamo un enorme cartello pubblicitario con scritto Adriano Celentano in cirillico e la faccia del molleggiato. Buffo, suoniamo la stessa sera di Celentano! Poi, pensiamo, che non può essere davvero un concerto di Celentano. E difatti si tratta della sua cover band ufficiale; essendo il Celenta una specie di mito qui in Russia anche la sua cover band è famosissima e si può permettere cartelloni di quelle dimensioni.

La periferia sovietica di Ekaterinburg ammantata di ghiaccio sporco, funestata da un vera e propria tormenta di neve, suona come l’intera discografia dei Joy Division rallentata di qualche bpm (se no suonerebbe troppo allegra).
Il navigatore ci annuncia che siamo arrivati: pavarotjie, un ultima svolta e saremo a disetinazio… No. Ci siamo impantanati in un cumulo di neve fresca…

Denis non si scompone e dice: “Vado a chiamare qualcuno che ci aiuti. Ciao”. E si allontana nella nebbia. Noi, scendendo dal furgone, abbiamo un cordiale assaggio di freddo siberiano. Alcuni si rifuagiano sotto una tettoia nell’illusione di poter sfuggire a questo gelo pervasivo. Una signora ci vede in difficoltà, scende dall’auto e ci presta la sua pala, che qui pare tutti tengano nel portabagagli per ovviare a casi di innevamento. Scaviamo disperatamente nella neve per liberare il furgone quando torna Denis con una brigata di qualificati spingitori siberiani che liberano il mezzo e ci permettono di percorrere i 30 metri che ci separavano dal Dabar, il posto in cui suonerremo questa sera.
Scarichiamo il furgone in fretta e furia sotto la neve, e iniziamo a pattinare sul ghiaccio cercando di tenerci in piedi a vicenda. Ehi, ma perché tutti qui trovano normale che l’intera città sia diventata una pista di pattinaggio? Solo noi sembriamo avere evidenti problemi a stare in piedi! A renderci la vita più complicata arriva un vecchino che ci invita a salire a tutti i costi sul suo autobus d’epoca sovietica parcheggiato lì a fianco. Davide accoglie la proposta con entusiasmo…


Il Dabar è un classico locale dall’aspetto un po’ ambiguo (night-club? O strip-bar?). Dentro, a differenza di fuori, fa un caldo tropicale. Ci sistemiamo nel privé sui divanetti, sembra davvero di stare in discoteca; in ritardo, bagnati, infreddoliti pensiamo che quel tepore rappresenti il massimo che possiamo chiedere da questa situazione, quando qualcuno entra con una pila di grossi contenitori e dice: “*********”. Cioè, non capiamo niente. Ma forse ha a che fare con il cibo. Già, c’eravamo dimenticati che esiste una pratica abbastanza comune chiamata mangiare. E’ buffo che la miglior cena della nostra storia di gruppo si sia rivelata senz’ombra di dubbio questa, qui in asia minore, in quest’oasi siberiana: pizze giganti e sushi vegano in quantità da sfamare un esercito, lì, tutto per noi!
I biglietti dei concerti seri
Il pubblico siberiano è caldissimo ed esagitato e il nostro ultimo concerto di questo memorabile tour russo scorre nel migliore dei modi…
 

Dopo il concerto, bolliti al punto giusto, veniamo intervistati per una fanzine locale…

 
Dopodiché, niente può più fermarci: per festeggiare l’ultima data del tour ci lanciamo sulla pista a ballare come scemi per ore, bevendo vodka con l’imbuto. D’altronde, ovunque ti giri, qui c’è qualcuno che te ne offre! A scendere nei particolari di quello che è accaduto da qui in avanti ci pensano le foto qua sotto… addio!
[…Continua…]

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