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Settembre/015. Synth-punk meeting! 

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  C.O.A. T28: synth-punk meeting

La data milanese dei canadesi Teledrome, con il loro synth-punk devoto all’estetica anni ’80, è l’occasione per mettere insieme una serata musicalmente eclettica, in cui dare voce a sintetizzatori e laptop, seppur calati in un contesto punk bello scassato come piace a noi. Il T28 è lo scenario ideale per questo happening che inaugura la stagione dei concerti della scena punk diy nella nostra fottuta città.
Questa volta la collaborazione è con Knife Show, aka il mitico Tadzio, che alle sette è già in pista a rigirare la pasta per la cena, che poi scola direttamente nel lavandino. 

La cavistica del T28 è ancora appiccicosa della birra dell’ultimo concerto prima dell’estate, qualcosa funziona, molto altro no, non si trova quello che si cerca, si cerca quello che non si trova… insomma, i soliti scleri che ci calano, dopo la pausa estiva, nel consueto, incerto clima da allestimento pre-concerto.
Gli Shitty Life, unica formazione classicamente rock della serata, fanno punk con il calendario fermo al 1979. Le cover dei primissimi Black Flag e dei Circle Jerks parlano chiaro, e non resta molto altro da dire: potenti, truci e sbrigativi. Talmente sbrigativi che i loro demo su bandcamp non hanno nemmeno la copertina!

I Younger and Better suonano un ottimo indie-rock virato post-punk, con uso massiccio di elettronica. Raggiungono il loro picco espressivo quando si lanciano in cavalcate siderali dal sapore kosmische
 

I Teledrome fanno il loro, riproducendo in chiave più sporca e punk-rock i pezzi del bellissimo, omonimo album. La loro line-up prevede un batterista, una chitarrista, due tastieristi e… un bambino di quindici mesi che attende in furgone insieme a due baby sitter. Che formazione originale!

Quelli che più destano l’interesse dell’audience sono però i Brigade Bardot, misterioso trio esordiente formato da un cantante, un tastierista/programmatore e… un ballerino! Dopo aver ascoltato, per caso, il loro demo intitolato “Prima risoluzione strategica” la curiosità si annidava nei nostri animi di miscredenti: interessante, ma si tratta di una vera band o di uno strippo da cameretta? Fatto sta che il testo di “Anche l’abisso guarda” ci aveva folgorati con i suoi versi scintillanti, ricolmi di cristallina ispirazione: “E poi scese di colpo la sera in una manto cupo, lei avvolta nel vento in un cappotto scuro volgeva la testa in alto in un fare muto. Diceva: vedi sbiadite nel cielo le costellazioni? Vedi come germogliano nelle situazioni le contraddizioni? Come fioriscono nel ventre le rivoluzioni? E l’aria gelida ghiacciava, io privo di parole, lei ballava… Questa nave nauseata cadrà a picco – diceva – e il conflitto è il preludio danzante in fronte all’abisso. E nell’aria tra le parole gemeva il silenzio, io scorgevo nel suo sguardo l’erosione del tempo, l’età desolata e lo sgocciolio del millennio… Vedi, amore, non è questione di emozioni, la notte mi sanguina il naso perché sogno insurrezioni, sogno masse agitate, fate ubriache, ballerine in punta di piedi sulle barricate e poi pietre scagliate su camionette incendiate. E nel cielo si alzava alta una luna nera, io tacevo e lei rideva e nel deflagrarsi della periferia le sue parole d’amore erano le mie lacrime di malinconia. Lei diceva: siamo fatti per marciare sulla testa dei re… ma io ho guardato troppo a lungo nell’abisso Madeleine, ed ora l’abisso guarda dentro me… Ma io ho guardato troppo a lungo nell’abisso Madeleine, ed ora l’abisso guarda dentro me…”.


 
Appurato che i tre erano di Milano, e pure coinvolti nel giro delle occupazioni cittadine, abbiamo deciso di organizzare al più presto un loro concerto. La performance dei Brigade Bardot al T28 è stata… boh! Parlando di musica, quando non si trovano le parole per descrivere qualcosa (tipo adesso) è, secondo noi, sempre un fatto positivo. Anzi, illuminante. I Brigade Bardot non sono una band (più che un gruppo sembrano parte del pubblico) e il loro non è stato un concerto nella classica accezione rock: è stata piuttosto una situazione di condivisione. Siamo contenti di non avere foto o riprese della performance perchè nell’atmosfera c’era una strana, effimera magia che non si sarebbe fissata sui supporti magnetici… Ci rivedremo presto, Brigata Bardata!

I Brigade Bardot alle prese con una risoluzione strategica chiave: far stare appesa la bandiera.

La serata volge al termine e si entra nell’ultima, temibile fase dell’organizzazione di un DIY gig, ovvero: portare a dormire la band in tour. Si tratta della fase meno conosciuta da chi dei concerti è fruitore, ma per il promoter è la più ingrata, imprevedibile e sbilenca. Perchè spesso non si sa nemmeno dove sistemarli i gruppi o si sa già che il posto in cui riposeranno (ehm) non sarà di certo all’altezza delle loro già basse aspettative. 
In questo caso il posto – sebbene spartano – esiste, ma sono i canadesi a non avere le idee chiare: sono le tre di notte e ognuno vuol fare una cosa diversa, dal prenotare un albergo all’ubriacarsi sul marciapiede. Per la verità, uno che denota chiarezza d’intenti c’è: è il bambino di quindici mesi che se la dorme beato sul sedile posteriore del furgone!

Rena e Jamie dei Teledrome apprendono dove trascorreranno la notte…

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Postilla: ritorno al (retro)futuro.  

Sarà un fatto generazionale, ma l’isteria per gli anni ’80 è ai massimi storici (soprattutto tra chi non li ha vissuti). I Teledrome sono una di quelle band che flirtano pesantemente con i suoni dei computer 8-bit e col synth-pop più formaggioso, ma basta fare una ricerca col tag “sythwave” o “retrosynth” su bandcamp per venire travolti da uno stormo di musicisti ossessionati dal decennio maledetto. La cosiddetta retro-wave è il fenomeno del momento: musica elettronica religiosamente devota ai suoni delle tastiere Korg e Roland degli anni ’80, ispirata all’italo-disco, alle colonne sonore dei coin-op e in generale a tutta l’estetica di plastica dell’epoca. L’effetto  trompe l’oeil è totale: dai titoli dei pezzi al lettering utilizzato, dalle composizioni grafiche ai finti segni dell’usura (!) delle copertine, tutto concorre a teletrasportare l’ascoltatore indietro di trent’anni.
La produzione retro-wave è foltissima e oltremodo kitsch, ma c’è un sottogenere che preferiamo, che è quello delle finte soundtrack da b-movie anni ’80, che ci riporta a quando gli effetti speciali digitali non esistevano e il film di serie zeta non erano compiaciute parodie di se stessi o casi di sterile citazionismo, ma soltanto i prodotti di un cinema povero e un po’ pedestre; pellicole che finivano per essere incredibilmente evocative proprio a causa degli spazi che i limiti tecnici lasciavano all’immaginazione. 
Post-atomici, thriller metropolitani, droga-movie, noir fantascientifici, film d’azione, slasher, fantasy… nessuno dei sottogeneri sub-cinematografici degli anni ’80 viene tralasciato dai moderni elettro-musicisti nostalgici, nemmeno il porno!
Il francese Perturbator ci trasporta in un’atmosfera da sotto-Blade Runner con il suo “Nocturne City”, ipotetica colonna sonora di un noir cyberpunk ambientato in una metropoli del futuro: “Spero che questo trip vi trascini in una visione onirica: chiudete gli occhi e schiacciate play, e godetevi questo viaggio nelle vie più oscure della fittizia Città Notturna”. Sembra una banalità, ma, tutto sommato, il gioco funziona!



 

Jake Freeman alias Protector 101 si cimenta invece nel genere post-atomico scrivendo la colonna sonora dell’immaginario “Wastelands”, una storia d’amore mai girata in uno scenario à la Mad Max: “Dopo l’olocausto nucleare, un uomo e una donna devono combattere per sopravvivere su un pianeta tossico che una volta conoscevano come Terra. Venti radioattivi, acqua contaminata e bande feroci hanno reso il mondo un posto intollerabile. L’anno è il 2099. Queste sono il Wastelands”. Insomma, le premesse per un patetico action-movie di serie Z ci sono tutte, ma l’ambientazione da dopo-bomba, per chi è stato accompagnato verso l’età adulta mano nella mano da Kenshiro, serba pur sempre il suo fascino. Wastelands, se vi interessa, viene venduto in formato cassetta (beh, ovvio!), ma confezionato in una elegante custodia da vhs anni ’80, di quelle di plastica sagomata che ci ricordano i polverosi video noleggi dell’era pre-dvd…


 
A proposito di videocassette, passiamo a VHS Glitch, il cui nome fa riferimento agli improvvisi sfarfallamenti dell’immagine (glitch) tanto “cari” a noi che siamo cresciuti maledicendo le fottute vhs e i fottuti videoregistratori, (che erano soliti masticarne il nastro senza un perché). VHS Glitch ci propone la colonna sonora di una specie di sotto-Robocop chiamato “Evil Technology”. La trama sembra più avvincente rispetto a quella di Wastelands:  a New York le principali aziende tecnologiche si incontrano per la costituzione di una società segreta chiamata Neotech Corporation che metta a punto  un software in grado di controllare le menti dell’intera popolazione mondiale. Nel frattempo, da qualche parte a Tokyo, una società clandestina sta portando a termine un progetto per combattere la Neotech Corporation. Il progetto è stato inserito in un videoregistratore (!), programmato per far partire una vhs in una data sconosciuta (!!). Il nostro conclude sibillino: “ Today is the day, a couple of glitches and it will happen. VHS Glitch is here, the war is ready. END OF TRANSMISSION”.




 

Dicono che il modo migliore per gustare questa musica sia di lanciarsi in piena notte su un’autostrada deserta e premere play. In tal caso, non serve la Delorean di Ritorno al Futuro, va bene anche una bici: vi tele-trasporterà ugualmente nel 1987. Ma per dissipare l’illusione, fermiamoci ai bordi della strada a fumare una sigaretta e riflettiamo: tutto questo è realmente un ritorno al passato? Ovvero: negli anni ’80 esisteva davvero questa musica? La risposta, soprattutto per chi quegli anni muscalmente li ha vissuti, è: no. Gli album di italo-disco, quelli di musica elettronica e le colonne sonore dei videogiochi di quegli anni erano un’altra cosa, non erano nè meglio nè peggio, semplicemente suonavano molto diversi dalla retro-wave. In poche parole: non erano così anni ’80. E’ assurdo, ma… vero! (qualcuno ha descritto il paradosso meglio di noi in quest’ottimo articolo). 
La retro-wave è un intreccio di citazioni e rimandi che si prende gioco dei nostri ricordi, e alimenta la nostalgia per un’epoca che non è mai esistita: i retro-musicisti romantici manipolano il passato, lo filtrano accuratamente isolandone gli ingredienti iconici e lo aggiornano alle mode del presente. Un processo perlopiù inconsapevole che (classico topos dei viaggi nel tempo) modifica il passato finendo per modificare anche il presente, o meglio, deviando la percezione che del passato ha il nostro presente. Ma lasciando perdere i paradossi spazio-temporali, proponiamone uno culturale: esisterà mai un’epoca senza passati da resuscitare?


1 Comment on Settembre/015. Synth-punk meeting! 

  1. Stregaa
    Replied on 22/09/2015 at 18:28

    Da un anno a questa parte mi sono gettato a divorare musica greca…e se prima o poi vi spammerò con consigli sul miglior punk ellenico degli ultimi vent'anni (e su tutto il resto), per ora rimango in argomento elettronica: con titoli come "La Thatcher è morta, il punk non è morto", i Regressverbot da Salonicco. Signore e signori, buon ascolto!

    —–

    Our sharp blade eyes cut like knives
    we are the risky posterity seekers
    our bare dark brains buried alive
    we are the delicate sensitive meekers

    you may get us down

    with your guns under perfect disguise
    
you may set us aside
    
but again from the dead we ll rise

    cause of the spark of our gaze
    
the might of our steps
    
the bold of our smile

    the swing on our hips 

    the craze of our trips
    
the flash of our face

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